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La metà di niente di Catherine Dunne
Leggere il prologo del romanzo "La metà di niente" è un'esperienza teatrale per l'abilità con cui, attraverso il dono della scrittura, la scena di vita quotidiana di una famiglia si anima di silenzi e di improvviso lacerante dolore...
"In principio c'è una famiglia... una famiglia normalissima. Questa famiglia è composta da cinque persone....Il padre si chiama Ben... pelaticcio con un accenno di pancetta.... Vuole bene ai figli e non picchia la moglie... Rose è la madre. Ha quarantadue anni ... madre affettuosa, massaia efficiente e non tradisce il marito...
I figli sono tre in un'età compresa tra i sei e i diciassette anni con le relative problematiche dell'età evolutiva.
Tutto qui? I due coniugi lo pensano - suggerisce la voce narrante - ma non se lo chiedono a vicenda.
Un giorno - una mattina ancora infreddolita, in una Dublino ancora silenziosa- Ben entra in cucina con un inaspettato Dobbiamo parlare, e senza alcuna reale possibilità di replica, lascia la moglie - muta protagonista di una scena di ordinaria quotidianità (la preparazione delle uova)- con un diretto: "non ti amo più" ... Ed ecco che se n'è andato. La porta si chiude senza far rumore...
Cala il sipario su una scena evocativa della rappresentazione teatrale " Look Back in Anger" di John Osborne, in cui la protagonista Alison è come Rose intenta nell'azione domestica dello stirare, ma con il rumore della rabbia.
Un altro giorno, un'altra vita- diversa- ha inizio...
Rose resta muta, quasi in assenza di pensiero, privata persino di reazioni davanti all'evidenza che adesso tutto graverà su di lei, dolore e problemi...
Rispetto all'incipit dell'abbandono, il lettore si aspetterebbe lo sviluppo del romanzo all'insegna della rabbia e del rancore ... ed, invece, con un lirico utilizzo del flashback,l'autrice romanza il ricordo dell'innamoramento tra Ben e Rose... Giugno 1972
Alla data di lunedì 3 aprile 1995 riprende il diario di una donna nuova, bollata da se stessa come incapace di tenersi stretto il marito... Lui non l'amava più. Era indegna; la colpa era tutta sua... Non c'era niente più niente nella sua vita, neanche la cena pronta...
E già perché la cura delle donne per i propri cari passa attraverso il cibo e la efficienza nella gestione del nido domestico,impunemente "infranto", nel caso di Rose.
Quello narrato, per voce e toni pacati dell' autrice, è tutt'altro che il diario di una disperazione:nell'arco di sette giorni,quanto mai intensi, la protagonista e con lei il romanzo cominciano a vibrare di nuova vita.
L'impatto con la realtà di un'altra donna nella vita di suo marito, il miserrimo conto deposito da lui lasciato, l'essere l'unica custode del segreto familiare la sfiniscono, ma al contempo generano la
volontà di sopravvivere, di riuscire a venirne fuori...
La stessa percezione del tempo e della durata delle relazioni umane è destinata a cambiare, per quella che è l'elaborazione - tutta umana- del "distacco". Se fino ad allora attività quotidiane e ordinarie come andare a fare la spesa le erano sembrate una costante nella sua vita di donna tutt'a un tratto, da quando Ben l'aveva lasciata, si era resa conto che anche i figli se ne sarebbero andati, e che ormai tutto stava cambiando,presto non sarebbe più stata nemmeno una mamma nel tradizionale, fondamentale senso della parola.
Nel suo nuovo disegno di vita e lavoro ( la vocazione domestica alla cucina si trasforma nell'attività di catering) - tra solitudine, rabbia e problemi - la visione epifanica del suo essere la metà di niente, un oggetto fragile, che pur con una parte mancante, resta intatto.
Seguono pagine intense a segnare le tappe che dalla consapevolezza conducono alla reazione e alla svolta.
Nella parte terza del romanzo, il confronto con Ben: stesso incipit " Dobbiamo parlare"... e poi la delusione per un uomo che non era mai cresciuto, ormai un estraneo il cui aspetto le appare, per effetto dello straniamento , "lillipuziano": colorito rosso... Fronte e pelata incandescenti, capelli decisamente più radi... tutt'altro che attraente...
L'ira liberatoria per i problemi generatisi con i figli, per gli aspetti economici e burocratici della nuova condizione familiare, il disprezzo urlato per Ben - protagonista di un furto e conseguente fuga in un crescendo di degrado affettivo e paterno - le faranno celebrare il "funerale" di un amore.
Se questa è una donna... ce lo rivela, al fine, il senso identitario di Rose Kelly:
Il telefono squilla...
Buon giorno, Bonne Bouche Catering
Rose si appoggiò il ricevitore sulla spalla sinistra e allungò la mano per prendere il taccuino
Esatto, sono Rose Kelly
Cominciava ad abituarsi al suono del suo nome. Le piaceva.
L'epilogo del romanzo vede solitario protagonista Ben senza un figlio da poter accarezzare sulla nuca:anche lui, inesorabilmente, divenuto la metà di niente.
A lui, fragile uomo, il destino di " risalire la collina" e reagire all'amore smarrito...
Severina Carnevale |
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IL LIBRAIO DI KABUL
Questo il primo appuntamento con il libro del Salotto Letterario 2009, dedicato all'intercultura di genere in un crescendo di maturità degli orientamenti educativi in tema di pari opportunità formative.
La scrittura come azione di prevenzione e contrasto delle differenze di cultura è sensibilmente interpretata da Åsne Seierstad, giovane e apprezzata inviata di guerra norvegese al confine tra reportage e narrazione letteraria.
Arrivata a Kabul nel 2001, dopo aver trascorso sei settimane con i comandi dell'Alleanza del Nord e seguito la loro offensiva contro i talebani, conosce Sultan Khan, il Libraio di Kabul , "elegante signore brizzolato" provando con lui il "sollievo di poter sfogliare un libro e parlare di letteratura e di storia".
La stessa vita di Sultan Khan- un patriota profondamente deluso- è segnata simbolicamente dall'azione devastante della guerra sui suoi libri bruciati dai comunisti, razziati dai mujahidin, messi al rogo dai talebani.
L'attaccamento di Sultan Khan ai libri e alla lettura come fonte ispiratrice di riscatto nella vita, generano nell'autrice l'idea di raccontare un Afganistan diverso- altro dalla guerra- che anela alla identità culturale.
Scrivere nella forma esperenziale biografica e giornalistica un libro sul libraio e la sua famiglia è per la scrittrice rivelatore di usi , costumi verità, contraddizioni .
Il viaggio interculturale della scrittrice, così come il suo romanzo, hanno inizio in un nebbioso giorno di febbraio quando si trasferisce presso la famiglia della quale racconterà la storia.
Figlio di una famiglia povera ma decisa a permettere al figlio maschio di frequentare la scuola, Sultan arriva, non con pochi sacrifici, alla laurea in ingegneria.
Ma il suo disegno di vita è altro.. è l'autentica vocazione per i libri che lui persegue tenacemente. Editore, libraio, cerca sulle bancarelle libri antichi e preziosi ed è con grande senso liberale che, per contrastare il grave fenomeno dell'arretratezza dell'istruzione generata e sostenuta dai testi scolastici in uso nei periodi comunista, mujahidin e talebano- partecipa al progetto per la stampa dei nuovi libri scolastici.
Ma sotto questo fermento modernista e liberale, giace la verità di Seul e con lui dell'autrice:
"in famiglia è rimasto un patriarca autoritario", i cui figli non hanno potuto studiare, le cui mogli e sorelle non possono avere idee diverse dalle sue... Appassionato uomo di cultura - la sua, una e sola, chiusa - Sultan vive la separatezza tra tradizione e progresso.
Un appuntamento, dunque, quello con il Libraio di Kabul per conoscere, documentare e riflettere. |
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Collezionare il Futurismo Dipinti, bozzetti, oggetti, film, danza, fotografia
Palazzo Granafei-Nervegna dal 22 gennaio al 29 marzo 2009
Mercoledì 21 gennaio, alle ore 11.00, nella Sala conferenze di Palazzo Nervegna, avrà luogo una conferenza stampa per la presentazione della mostra "Collezionare il futurismo - dipinti, bozzetti, oggetti, film, danza e fotografia" che sarà inaugurata giovedì 22 gennaio alle ore 18.00. Sarà presente il Sindaco Domenico Mennitti.
Apertura della mostra feriali e festivi: 9,30 /13.00 - 16,30 / 20.00 chiusura: lunedì ingresso gratuito
La mostra, promossa dal Comune di Brindisi, con il Patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Ministero degli Affari Esteri, curata da Mariastella Margozzi e Paolo Roberto Salvadori, vuole presentare una particolare lettura del più importante movimento d'avanguardia italiano, nato nel 1909 con il manifesto pubblicato a Parigi da Filippo Tommaso Marinetti e protrattosi nel corso dei due decenni successivi con una nuova riproposizione anche teorica nel 1931, sempre a opera di Marinetti. Ne fanno parte fin dall'inizio quegli artisti "di rottura" che hanno contribuito in maniera determinante al cambiamento in senso modernista della cultura artistica italiana. Numerosi artisti, sostenuti energicamente da Marinetti stesso, fondarono in tutte le regioni d'Italia circoli futuristi, diffondendo in maniera capillare la nuova filosofia dell'arte, basata sulla volontà di scardinare la tradizione e di creare un nuovo più aperto linguaggio che incidesse sulla realtà e sulla vita degli italiani e che fosse aperta al dialogo con le altre avanguardie europee contemporanee. Del variegato fenomeno culturale che fu il futurismo, questa mostra vuole offrire al pubblico l'aspetto più comunicativo e nuovo, quello relativo alla grafica pubblicitaria, completamente ricreata sia formalmente sia nel concetto stesso di veicolo di trasmissione di messaggi. La pubblicità diventa, pertanto, non solo strumento di informazione sui prodotti ma anche strumento di formazione del gusto, in un'accezione tipicamente futurista.
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Liberami Amore di Alberto Gentili
Lettura critica di Ettore Catalano
Il romanzo è impostato su una storia d'amore: la storia tra due esseri umani diversi per razza e per religione... lei afghana emigrata in Italia dalla Germania, lui siciliano trapiantato a Milano con i suoi sistemi mentali meridionali... la gelosia, le donne subalterne, la famiglia con il maschio in caccia solitaria, la violenza e un nascosto razzismo.
La ragazza Amina reca con sé il peso delle vecchie regole, ma anche la serenità di un possibile loro superamento, già attuato dai genitori (Karim sunnita e Karina sciita socialmente inferiore). Si innamora di Tano senza sapere che è già sposato, poi accetta clandestinità ed esilio, la separazione dalla famiglia , due figli che solo dopo molto tempo saranno conosciuti dal nonno Karim.
La storia d'amore si intreccia a mo' di giallo e parte dal "dopo" per ricostruire il "prima" con la tecnica del flashback e del romanzo coscienziale: è il corsivo di Gentili riservato ad alcuni capitoli in cui Tano riflette su se stesso e sulla sua vicenda.
Si tratta di un romanzo utile, scritto proprio per comprendere usi e costumi dei musulmani, spesso da noi ignorati o malconosciuti : il velo, la verginità, i rapporti tra i sessi, l'Islam e la pace, la guerra e il terrorismo come fattori estranei al vero spirito dell'islam.
Gentili approfondisce con buona tecnica questa moderna storia d'amore e sa cogliere la differenza tra il modo di vivere la vicenda da parte di Amina e da parte di Tano. Dall'iniziale entusiasmo di lei al progetto finale di assassinare Tano per liberarsi di lui...
I sensi di colpa di lui nei confronti della moglie... Amina come puro atto di egoismo e ancora la volontà di non sentirsi vecchio e di cercare conferme in tal senso anche nel caso di incontri con altre amanti... Il rapporto con la famiglia, l'incapacità di ripensare il rapporto d'amore alla luce degli anni che modificano la passione in serenità e conoscenza...
Vi è poi il tema del razzismo come atteggiamento di rifiuto e di paura da parte degli italiani, soprattutto dopo l'undici settembre, ma anche il tema della differenza tra integrazione ed indifferenza e finanche il rifiuto, da parte dei musulmani non talebani della depravazione e della corruzione occidentale.
Alberto Gentili, giornalista romano del "Messaggero", col suo primo romanzo pubblicato da Garzanti propone un'opera che oscilla tra l'inchiesta di costume e la fiction seriale: vicenda ben scritta e di agevole lettura, la cui costruzione narrativa fondata sul contrasto tra due voci, due punti di vista, due culture consente di comprendere quanto ci sia di comune tra Amina e Tano e come gli ostacoli più forti all'integrazione vengano dall'indifferenza della maggioranza, soprattutto dall'ortodossia conformistica delle due comunità religiose.
Neppure l'amore placa tale scontro, amore qui spesso vissuto come passione dei sensi e insieme sanzione di incomunicabilità. |
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Prima parte di "MIO MARITO, L'UOMO MASCHIO" di Maria Marcone.
Nella prima parte del testo della Marcone si assiste ad una ‘'metamorfosi‘' di Beppe, il marito della protagonista del romanzo, temporanea e parziale e pertanto falsa. Tale metamorfosi si registra sia nell'atteggiamento erotico che l'uomo manifesta nei confronti della moglie, non appena apprende della sua gravidanza, sia nei confronti degli altri, visti tutti come potenziali portatori di pericolo per il figlio nascituro. L'episodio del treno, quando Beppe si affretta a "proteggere" la moglie in procinto di scendere, suscitando le accese proteste dei viaggiatori che si accingono a salire, ma sono da lui fermati, evidenzia la presunta, avvenuta trasformazione, abilmente scandita dall'autrice col ricorso alla fisicità descritta (le braccia di lui attorno al grembo di lei ecc.). E' dunque questa la sottolineatura della ripetizione di un clichè comportamentale, che conferisce al brano un tratto peculiare: esso è contraddistinto da temporalità ed a-temporalità al tempo stesso, perché è un testo datato (la stesura è degli anni '90 del Novecento), ma la storia potrebbe svolgersi anche ora, poiché non compaiono al suo interno elementi di riferimento a datazioni possibili e perché la vicenda in quanto tale potrebbe trovare sviluppo in quasi qualsiasi periodo. E' pur vero che si può riscontrare una forma di estremizzazione espositiva generalizzata, ma ciò pertiene all'ambito della narrazione e della rappresentazione, che necessitano proprio di questo per sfuggire alle modalità semplicemente descrittive e, per così dire, "fotografiche". Un elemento di interesse analitico è poi l'uso dei verbi o, per meglio dire, delle espressioni verbali: è sempre Beppe che, di fronte alla possibilità di una nascita al femminile prospettata dalla moglie, le dice "Credi di essere più in gamba di me ?" (come se si trattasse di una sfida!), e dopo il parto "E' stato solo un caso che sia nata femmina" (ma di femmine ne nasceranno tre, Rosella, Viola, Margherita, "un vero giardino"‘ !), ed in seguito, rivolto a Robertino, il quarto figlio e l' unico maschio, "Dobbiamo farci rispettare" (alla ricerca di una coalizione fra i due soli maschi della famiglia): l'assolutezza delle affermazioni e la necessità di ribadirle con forza mostrano con tutta evidenza la persuasione dell' irripetibile valore assoluto al maschile.
Parafrasando Umberto Saba, ma con la consapevolezza della diversità delle circostanze e delle situazioni, si potrebbe dire dei due coniugi della Marcone ciò che il poeta diceva dei genitori: "Eran due razze in antica tenzone".
Assistiamo quindi ad una progressiva perdita della capacità di incidenza sulla realtà da parte di Beppe, che non sa imporsi sulla figlia Rosella ed impedirle di partecipare ad una festa fra compagni di scuola, da lui ritenuta un'azione sconveniente, benché lo stesso figlio Robertino lo solleciti ad ‘'aggiornarsi‘'. Da qui il suo presunto infarto del miocardio, falso in quanto, curato per errore con gocce di Guttalax anziché di Sympatol, giunge a completa "guarigione" con una pseudo-terapia, che risulta comunque catartica. Un momento poetico tuttavia è riscontrabile in questa prima parte del romanzo lì dove si parla di "un gomitolo rosa soffice soffice", acquistato dalla protagonista alla prima gravidanza, quasi per contrastare la pervicace insistenza di Beppe con il colore celeste, un acquisto effettuato di nascosto, come una ladra, ma che sottende la ancestrale percezione propria della maternità.
Teresa Nacci
docente Liceo Scientifico "Fermi" - Brindisi |
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Un aquilone di memorie ... |
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Omaggio ad Amina
Alla protagonista di Alberto Gentili dedichiamo un "aquilone" di memorie a riscaldarle il cuore e a radicarne il senso identitario di donna originaria di un paese a lei sconosciuto, figlia di gente che ha interrotto la ricerca di un destino migliore a metà strada... Senza soldi. Senza successo. Nel pellegrinaggio disperato alla ricerca di pace e benessere....
Senza, aggiungiamo noi, la fanatica ma consolatoria fede religiosa, vissuta invece solo come vuoto rituale o come memento della colpa di ogni devianza occidentale.
Ad Amina manca l'aquilone dell'infanzia in Afghanistan, fatta di giochi della tradizione... e la caccia agli aquiloni è gioco afghano che fa guadagnare molto rispetto agli occhi dei propri pari e degli altri, gli adulti - uomini e donne.
E' il gioco che genera autentica gioia in Amir di Khaled Hosseini
"Attorno a me non facevano che cadere aquiloni, ma il mio stava ancora volando, stava ancora volando! Babà era sorpreso che io resistessi così a lungo? Se non tieni gli occhi fissi al cielo sei spacciato.
A distanza di mezz'ora in cielo erano rimasti solo quattro aquiloni. Il mio stava ancora volando. Sembrava che ogni folata di vento soffiasse in mio favore. Non mi ero mai sentito così fortunato, così padrone di me stesso. Era eccitante. Non osavo guardare il tetto di casa. Dovevo concentrarmi, giocare il tutto per tutto. Un quarto d'ora dopo, il sogno che il mattino mi era sembrato impossibile era diventato realtà. Eravamo rimasti in due: io e l'aquilone azzurro.
L'atmosfera era tesa come il filo smerigliato che impugnavo con le mani sanguinanti...
Io, però, sentivo solo il pulsare del sangue alle tempie. Vedevo solo l'aquilone azzurro. Annusavo solo il profumo della vittoria. Salvezza. Redenzione. Se Babà si sbagliava e c'era un Dio, come mi insegnavano a scuola, allora lui mi avrebbe fatto vincere.
Non sapevo per cosa stesse lottando il mio avversario, forse solo per il diritto di vantarsi. Ma questa per me era la sola opportunità di essere guardato e non soltanto visto, di essere ascoltato e non soltanto udito. Se Dio esisteva, doveva guidare il vento, farlo soffiare in mio favore in modo che con uno strattone io potessi liberarmi del mio dolore e del mio tormento. Avevo sopportato troppo. Ed ecco che improvvisamente la speranza diventava certezza. Avrei vinto. Era solo questione di tempo.
Una folata di vento fece alzare il mio aquilone. Ero in vantaggio. «Ci sei quasi, Amir agha! Ci sei quasi» gridò Hassan ansimando.
Chiusi gli occhi e allentai la presa sul filo. Il vento lo faceva scorrere tra le mie dita incidendo tagli profondi. E poi... Non ebbi bisogno di ascoltare il boato della folla. Né di vedere quello che accadeva attorno a me. .. Aprii gli occhi e vidi l'aquilone azzurro scendere in una spirale impazzita...
Un secondo dopo urlavo a perdifiato in un turbinio di colori e suoni. Quello fu il momento più felice dei miei dodici anni di vita. Mio padre finalmente era orgoglioso di me."
E' il gioco che manca ai figli di Amina... a loro è negato anche il gioco "occidentale" del pallone nella piazzetta di Saba, un mostro a sua volta strano... mezzo musulmano, mezzo lombardo... scenario di "guerra tra poveracci".
Con Alberto Gentili, voce occidentale dello sradicamento culturale generato dalla condizione di immigrati per caso e dalla ottusa chiusura intellettuale tanto dei nativi di nazionalità padana piuttosto che italiana quanto degli immigrati da sempre, si genera in noi lettori e lettrici il desiderio di esplorare un continente che non è " guerra e basta".
di Severina Carnevale e Gianni Carbini
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Dal convegno "La Letteratura in Puglia nel Novecento: Reti Mediterranee"
... un mare di emozioni.
La partecipazione della rappresentanza docenti CRF IPSSAR DiPO-Formez al Convegno Internazionale di Studi "La Letteratura in Puglia nel Novecento: Reti Mediterranee" è stata un momento di intensa riflessione su quelli che sono i tesori della nostra civiltà mediterranea, e di come il "mare" rappresenta il crogiolo delle varie civiltà del passato che rivivono nel presente, attraverso le immagini, i colori, i suoni, la poesia e le emozioni di tutti quei popoli che, con i loro percorsi hanno segnato lo sviluppo della coscienza umana.
I percorsi umani si costruiscono attraverso il dialogo, e la cultura letteraria non può, in tal senso, che occupare un posto privilegiato; per questo la conoscenza della mappa identitaria della propria regione costituisce un elemento fondamentale della cultura di un popolo.
Non a caso "il Mediterraneo" rappresenta la più grande concentrazione di beni culturali nel mondo: è il cuore degli incontri e dei confronti tra culture, religioni e società differenti... e la letteratura e la poesia riescono, come per incanto, ad "unificarlo".
Il Mare Nostrum è il mare dei poeti che non ha confini, è il mare dei poli culturali, è il mare di Ulisse e la sua meta, è il mare del Mondo Greco, del viaggio, dell'avventura e della conoscenza...
Il mare ci appartiene e specchia le nostre umane complessità... può assumere un significato di chiusura alla vita ... o il luogo della possibilità, della fuga, della speranza.
E'sempre sensuale, come la terra che coltiviamo, un giardino, un compagno che ci porta verso dove non siamo diretti...
I poeti che hanno negli occhi un paesaggio mediterraneo rappresentano un modo "nuovo", nella sua autenticità, di porsi alla realtà ed è il mare di questi poeti, che nel quadro Omerico si presenta inalterato sino ai nostri giorni, che dobbiamo coltivare, perché nel mare dei poeti c'è sempre una consonanza di onde.
È questo il "potere" della poesia, evocativa di immagini e suggestioni, liberatoria del nostro senso identitario di uomini e donne di una culturale mediterranea e meridionale, che tra margine e confini, gode della più scenica visione d'infinito...
Patrizia Taveri
docente IPSSAR Brindisi |
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da Mio marito, l'uomo maschio di Maria Marcone
Il capitolo La caccia che passione, costituisce uno dei passaggi più "amaramente esilaranti" del testo di Maria Marcone. Un testo che dimostra chiaramente di essere nato per essere rappresentato sulle tavole di un palcoscenico. Ma come solo ai grandi riesce, la nostra autrice, ci fa percepire con chiarezza, che, quelle tavole possono essere, e sono, le mattonelle delle nostre cucine, i tappeti dei nostri saloni, i corridoi delle nostre case.
Nata a Foggia, ma residente a Bari, l'autrice porta con sé tutti gli stereotipi dell'educazione maschilista e misogina della nostra terra, per molti versi, ancora tenacemente abbarbicata nelle mentalità di molti "uomini-maschi" di questa parte d'Italia.
Per assecondare il marito, che, altrimenti si sentirebbe inferiore a suo padre e al suocero, capaci di aver fatto il figlio maschio prima delle femmine, la protagonista dà alla luce tre figlie prima dell'arrivo di Robertino, a cui viene riservato, per volere di Beppe (il padre), un posto d'onore nell'ambito della casa e in relazione alle sorelle.
Le donne di casa hanno precisi doveri nei confronti dei maschi, e il ragazzo, mai e poi mai dovrà sposare una donna che vorrà essere servita da lui, anziché servirlo. E alle donne, non bisogna conceder nulla...perché se si dà loro il dito...
I ragazzi che frequentano le sue figlie dai nomi floreali? Tutti giovinastri con l'unico fine di divertirsi, mentre loro, le ragazze, per Beppe, devono giungere illibate al matrimonio...illibate? Non sanno più nemmeno quale sia il significato della parola, che continua ad esistere esclusivamente nell'antiquato vocabolario del padre, insieme con l'altro famigerato termine che lui sventola minaccioso davanti al loro naso: zitelle.
Meglio zitelle che mogli di uno come lui...questo è certo!
Tutto un altro discorso Beppe fa per Robertino, quando lo spinge ad essere più intraprendente con le ragazze, dichiarando a gran voce quello che nonostante le battaglie per ottenere il riconoscimento delle pari opportunità tra i sessi, pensa la stragrande maggioranza dei maschi italiani: "l'uomo è cacciatore per natura "...
"A questo mondo, o cacci o sei cacciato", sentenzia Beppe di fronte ad uno stranito Robertino che, al contrario, rispetta le donne in quanto persone.
Per convincerlo che la caccia, metaforica e non, è un fatto di natura, lo sveglia all'alba per portarlo con sé in una battuta, appunto, di caccia.
Per non smentire il suo ruolo di uomo maschio Beppe torna alla dimora che la mogliettina deve tenere sempre linda e ordinata in attesa del ritorno del guerriero, con una succulenta preda di caccia, un fagiano, correlativo oggettivo o oggetto emblematico, che la poveretta deve pure spennare da sé prima di acconciarlo per la cena.
La misoginia di Beppe, subisce un duro colpo, dal quale non si risolleverà più, quando il suo stesso figlio svela a tutti che il fagiano è stato il frutto di una prosaica transazione d'affari. Da quel momento in poi, Beppe abbandona per sempre le sue velleità venatorie.
Non sopporta che la moglie se ne stia tranquilla accettando l'ordine naturale delle cose, sapendo che le sue figlie sono "tra le braccia di chissà chi":
Rosella con un "bellimbusto", Margherita con uno che "puzza ancora di latte" e Viola con uno con la barba che, sicuramente, è "un drogato"!
Lei è felice perché le figlie sono amate e avranno sicuramente una vita migliore della sua. Lui si rode terribilmente a causa della gelosia.
E si rode anche quando scopre che Robertino ha una ragazzina: sarebbe dovuto essere contento? No, non lo è, perché il ragazzo doveva solo divertirsi...invece "s'è innamorato, quello scemo...".
I figli si sono allontanati e vanno per la loro strada e Beppe, si sente solo e sempre meno padre...
Arrivano strane telefonate, strani pacchi postali, strane missive...
La sua famiglia è autonoma, può fare a meno di lui, si sente sempre meno padre (non è neanche il solo a portare uno stipendio...) e così, poiché "l'uomo è cacciatore per natura"...apre i suoi orizzonti oltre la riserva domestica e risponde alle lettere dei cuori solitari, così da rendersi necessario interlocutore epistolare di donne sconosciute e ignare del suo maschilismo.
Colpisce l'estrema attualità di un romanzo che , nonostante sia stato scritto nel 1981, si porta dietro l'eco dei distinguo tra maschi e femmine che tuttora si fa nella gran parte delle famiglie italiane, dei retaggi ai quali tutti noi abbiamo dovuto sottostare e con i quali, ancora oggi siamo costretti a fare i conti.
Giusy Gatti
docente ITIS Majorana |
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